Scarpe grosse e cervel sottile? [di Franco Pilon] di Sismondi Editore

€ 9,00

Descrizione

È una riedizione di un volume anonimo, ma in realtà del toscano Giovanni Valentino Fabroni, uscito dai torchi del veneziano Graziosi nel 1790, una manciata di anni prima della caduta della Repubblica Veneta. Stampato in maniera impeccabile, il libro contiene una serie di proverbi in veneto, con traduzione italiana, oltre alle note a piè di pagina. Un vademecum di saggezza antica, di cui abbiamo perso il ricordo.

Tratto da “La Padania” del 24 gennaio 2006

Riedito dopo due secoli un libretto di proverbi contadini del 1790. Una saggezza antica oggi riproposta in italiano e in veneto

"Sperienza, madre di scienza"

Mirko Molteni


Chi ha detto che proverbi contadini non hanno una loro validità? I detti che circolavano fra nostri antenati erano originati da presupposti reali. Era l’esperienza della vita di tutti i giorni che forniva nel secoli passati materia di riflessione sulla natura, Se si diceva, ad esempio, “Anno fungato, anno tribolato", in quattro parole si faceva intendere che se abbondavano i funghi, il raccolto sarebbe stato cattivo, essendo i funghi un segnale di eccessiva umidità o putrescenza. In un certo senso la saggezza popolare anticipò quello "spirito scientifico" che si sarebbe imposto nel 1600 sotto la spinta di Galileo Galilei. Infatti, le classi colte del Medioevo prendevano per oro colato la Bibbia e i libri di Aristotele, mentre i contadini, gli artigiani e i militari avevano una più diretta esperienza dei fenomeni naturali, per via dei loro mestieri pratici. Quando Galileo introdusse il "metodo sperimentale", alba della scienza moderna, non fece che riconoscere la superiorità dello spirito di osservazione e degli esperimenti pratici sulle opinioni preconcette. Quello stesso spirito di osservazione alla base dei proverbi. E’ quindi importante segnalare un’iniziativa editoriale che arriva dal Veneto. L’editore Sismondi di Salgareda (Treviso) ha ripubblicato col titolo "Scarpe grosse e cervel sottile?" un libretto di proverbi contadini stampato 216 anni fa nella Serenissima Repubblica di Venezia. Il curatore dell’opera, Franco Pilon, ha sapientemente riproposto l'originaria dispensa “Proverbj pei contadini”, scritta dal toscano Giovanni Valentino Mattia Fabbroni e uscita a Venezia nei 1790 per i tipi della stamperia Graziosi in Sant’Apollinare.

Il testo in italiano è affiancato dalla traduzione in veneto. Ma perché il lettore di oggi dovrebbe riscoprire la saggezza degli avi? Scrive Pilon nella sua prefazione:

"Circa la scientificità dei libelli contenenti massime, detti o proverbi, chiunque può esprimere dubbi, ma è oltremodo assodato che essi, benché non possiedano i tratti dogmatici della dottrina, si manifestano veritieri e di massima utilità”. Il curatore ci ricorda inoltre che è stato proprio l'abbandono di certe norme agricole tradizionali a sovraccaricare il mondo moderno di problemi come “l’abuso dei pesticidì e degli anticrittogarnici, l’inquinamento diffuso, l'incuria dei fossati e delle siepi, gli sprechi continui di risorse (di acqua, energia, cibo) e, buon ultimo, l’arrivo degli organismi geneticamente modificati”. Nel loro spirito più profondo, quello dell’armonia con la natura, i proverbi del XVIII secolo hanno dunque ancora molto da dire.

Con la sua opere, Giovanni Fabbroni intendeva fornire un vero e proprio manuale agli agricoltori di oltre duecento anni fa. Era nato a Firenze il 13 febbraio 1752 da una nobile famiglia originaria del Pistoiese. Si interessò di agronomia, tanto da entrare a 31 anni nell’Accademia dei Georgofili. Fabbroni compilò nel 1786 l’originale "Proverbj toscani pei contadini”, edito a Perugia. La raccolta ebbe successo nel Granducato di Toscana e quattro anni dopo fu pubblicata anche “all’estero”, cioè nell’edizione veneziana oggi riproposta. Fabbroni si distinse poi in altri campi, dalla fisica alla geologia, e dal 1805 aI 1807 diresse persino il Museo di Firenze. Tutte le università d’Europa lo piansero quando il 17 dicembre 1822 morì di colpo apoplettico. Dopo due secoli possiamo ora rileggere le perle di saggezza da lui raccolte. E se "Gennajo secco, villan ricco" (in veneto "Zenaro seco, vilan rico"), ecco che "Pioggia di Febbrajo, empie il granaio" ("Piova de Febraro impenìsse 'l graner"). Ma prima bisognerà aver seminato con giudizio, perché “Terra nera, buon pan mena”, mentre “Terra bianca, tosto stanca”.

Questo viaggio musicale e poetico nella tradizione si conclude con un’appendice dedicata a chi voglia intraprendere oggi la coltivazione di varietà vegetali dimenticate. Se lo vogliamo, possiamo ancora resistere alle verdure "Frankenstein" della globalizzazione!