Decrescita. Idee per una civiltà post-sviluppista [di Tamino, Cacciari, Fragano, Tamai, Scroccaro, Meneghel] di Sismondi Editore

€ 10,00

Descrizione

Il titolo di questo libro non lascia scampo. Pessimo, visto da una angolazione meramente commerciale in quanto incomprensibile e difficilmente smerciabile, mostra un risvolto assolutamente positivo e luminoso. Perché o si conosce il significato di "decrescita" o non lo si conosce. E noi vogliamo che si conosca bene, perché chi rifiuta la Decrescita non è molto dissimile da un assassino e chi la ignora non si rende conto di ammazzare ogni giorno.

Di più. Permette nel quotidiano atroci sofferenze, acconsente vere mattanze, morìe di ecosistemi, la distruzione della stessa Terra. Asseconda la schiavitù, la fame nel mondo, il disprezzo per infiniti altri esseri senzienti al suo pari.

Un assassino può aver ucciso una volta sola e poi essersi redento. Costui no, costui colpisce ogni giorno.

Giacché ogni giorno vengono ammazzati per scopi nutrizionali 131 milioni di animali e un numero spaventoso di esseri umani muore di fame proprio in ragione del fatto che i cerali prodotti sul pianeta sono per lo più destinati agli animali... che poi vengono ammazzati per la gioia di chi si ciba di carne.

Fu Nicholas Georgescu-Roegen, il padre della bioeconomia, a coniare questo termine.

Chi ha deciso di vivere ispirandosi alla Decrescita, si rifà ad un sistema economico basato sul rispetto ecologico, in netta contrapposizione con i sistemi vigenti basati sulla crescita illimitata del Prodotto Interno Lordo (PIL).

I seguaci della Decrescita, e la nostra casa editrice è fra loro, affermano che la crescita economica intesa come l'accrescimento costante del PIL non ha futuro, perché non è sostenibile dall'ecosistema del pianeta.

Chiaramente questo modo di porsi è nettamente contrapposto ai sistemi vigenti ed è palmare che incontri pochi favori dalla classe politica ed economica di ogni paese. Infatti, la politica messa in campo da tutti i governi della terra, su un punto è concorde: il tenore di vita degli esseri umani, dipende dal PIL. Più il PIL è elevato, più c'è benessere. Ma ciò è proprio vero? È un principio valido? Solido?

Assolutamente no. Ad ammetterne l'intrinseca infermità, seppure per scopi ben diversi, furono persino il veneziano Giammaria Ortes nella seconda metà del Settecento e Alberto Sordi mercante d'armi, il quale ebbe a dire: "Perché pochi abbiano molto, bisogna che molti abbiano poco".

 

Ma allora a chi giova far credere tutto ciò? È ovvio! A chi ha molto. A chi ha molto perché produce molto. A chi ha molto perché vende molto. Non importa cosa, anche il non necessario va benissimo, purché sia prodotto. Ma giova anche soltanto a chi ha molto senza produrre alcunché. E costoro che lucrano su questo inganno sono pochi, davvero pochi.

Quei pochi, innominati o innominabili plurimilionari, vivono nell'ombra o sono in mezzo a noi assumendo altri panni: di predicatori, di portatori di valori, carità, benessere. Eppure ci sono avversi: muovono i fili, decidono le sorti del mondo e degli altri esseri senzienti, stabiliscono le regole della concorrenza, i prezzi di mercato, i salari dei lavoratori, gli stili di vita, le nuove necessità, i bisogni indotti, persino il numero di sacrifici umani e animali.

Sino al paradosso: ovvero che un paese democratico accetti di avere in casa fior fior di imprenditori che si sentono legittimati a rimanere residenti in quel paese, ma ad impiantarsi con nuove fabbriche nei paesi in via di sviluppo, dove i lavoratori sono poco più che schiavi. Per produrre nuovo inquinamento e per produrre (in patria e all'estero) nuovi schiavi, nuova povertà.

Il tutto in danno al pianeta, agli animali, alla natura, ai loro stessi simili, reputati, alla stregua del PIL, un semplice numero.

Il PIL è, insomma, un dio malvagio che richiede moltissime vittime sacrificali.

E la truffa del PIL si potrebbe anche definire "il giuoco della carne da macello o delle vite a orologeria". Ebbene, sia detto, più o meno inconsapevolmente, tutti siamo in ballo e questo saggio prezioso insegna il perché.

Ma insegna anche molte soluzioni possibili per intraprendere nuovi cammini di luce, rispettare la Terra e  salvare i suoi abitanti dalla distruzione.

DECRESCITA. Idee per una civiltà post-sviluppista

 

Autori: Gianni Tamino, Paolo Cacciari, Adriano Fragano, Lucia Tamai, Paolo Scroccaro, Silvano Meneghel.

Con una intervista a Fritjof Capra (a cura di Paolo Scroccaro e Flavio Cagnato dell'Associazione Eco-Filosofica). Traduzione a cura di Sonia Calza.

 

Prefazione: Sante Rossetto

 

Collana: I COSMONAUTI

 

Formato: 145 x 210 x 12

 

Pagine: 144

 

Prezzo: 10,00 €

 

INDICE

 

Intervista a Fritjof Capra su: ecologia profonda, scienza sistemica ed ecoalfabetizzazione

a cura di Paolo Scroccaro e Flavio Cagnato

 

La natura come nostra Madre Terra e come maestra di vita, in rapporto alla Decrescita

di Gianni Tamino

 

A difesa della decrescita

di Paolo Cacciari

 

Impatto del consumo alimentare sull'ambiente e Decrescita

di Adriano Fragano

 

Rifiuti e Decrescita

di Lucia Tamai

 

Per un nuovo paradigma di civiltà. Riflessioni a partire dagli ultimi testi di S. Latouche.

di Paolo Scroccaro

 

Educazione e Decrescita

di Silvano Meneghel

 

Prefazione


Ogni tempo ha avuto i suoi apostoli. Il nostro ha gli apostoli della decrescita. O acrescita, come a qualcuno piace chiamarla. Se è vero che sono le minoranze a fare la storia (e non è una affermazione priva di fondamento), allora questi discepoli di “nostra madre Terra” hanno una possibilità. Chi legge questi saggi non potrà che rimanere profondamente convinto delle acute e scientifiche argomentazioni degli autori. Bravissimi tutti, documentati, umili. Il problema è quanti li ascolteranno. Perché, come ha giustamente arguito uno di loro, il grande incantatore oggi è la televisione. E, dunque, chi comanda il quadrato parlante controlla le menti. Perché la lotta vera – come sostiene Paolo Cacciari – si svolge sempre su questo campo.

Difficilmente si può dissentire da quello che scrivono. E, tuttavia, la nostra società capitalistica è sorda, insensibile a qualsiasi avvertimento, amorale nella profondità. O, se vogliamo, conosce soltanto la morale del profitto.

Il cammino dell'antropocentrismo, mito contestato dai teorizzatori della decrescita, prende le mosse dall'umanesimo. Con la Riforma prima e la rivoluzione francese poi si afferma il capitalismo. L'unico fine è accumulare sostanze, beni. Cioè il capitale. Nella seconda metà del Settecento un veneziano, Giammaria Ortes, aveva teorizzato nel suo “Dell'economia nazionale” il concetto di plusvalore. Marx gliene è debitore e lo riconoscerà nella sua opera. E da allora l'Occidente, che ha dominato il mondo dopo la scoperta dell'America, ha camminato su questo dogma. Che è diventato una religione a partire dalla seconda metà del Novecento. Il mito del progresso infinito, vagheggiato anche dall'Illuminismo, doveva prima o poi scontrarsi con la realtà. Come era inevitabile. Perché la Terra ha risorse enormi ma pur sempre finite. Con le quali bisogna fare i conti.

La società occidentale, profondamente agnostica e amorale nonostante le religioni, è permeata del mito del consumismo. Che – lo scrive anche Cacciari - crea solo insoddisfazione perenne e infelicità. L'obiettivo del moloch capitalistico è creare nell'individuo sempre nuovi bisogni da soddisfare. Quindi produrre nuove esigenze che la pubblicità ci “obbliga” con la persuasione occulta ad acquistare. Ed è una società che consuma, alla fine, se stessa. Esiste in quanto consuma. I politici, che ragionano soltanto con questi parametri, parlano di rilancio dei consumi per rilanciare l'economia. È come fermarsi dopo una corsa per riprendere un po' di fiato. Ma la corsa deve prima o poi finire e avere un traguardo. Il consumismo no. Un sistema basato su principi apparentemente razionali, ma profondamente irrazionali. E altrettanto ingiusti.

Si leggono in questo libro cose che non si possono contestare. Che un miliardo di benestanti (noi occidentali) sfruttiamo una grossa fetta del pianeta per soddisfare i nostri capricci. Rendendo ancora più poveri quelli che già lo sono. Per avere uva a Natale, banane ad ogni stagione. Mentre noi soffriamo di obesità e affolliamo le palestre, miliardi di persone soffrono la fame. E milioni ne muoiono. Noi abbiamo molto, se non tutto, gli altri poco. Come diceva bene Alberto Sordi mercante d'armi: “Perché pochi abbiano molto, bisogna che molti abbiano poco”. Lo aveva già teorizzato il citato Ortes.

Ma se affrontiamo il problema dal punto di vista morale rischiamo al massimo qualche compatimento. Nessuno, soprattutto dopo oltre mezzo secolo di tracotante benessere, è disposto a rinunciare a qualche cosa. Perché per saper rinunciare bisogna esserci abituati. E ormai l'Occidente è abitato da generazioni avvezze ad avere tutto. Specialmente il superfluo. Non starò qui a dire di chi è la colpa. I fatti sono questi. Lo avvertiva anche Machiavelli che l'uomo era disposto a vendere i figli ma non a rinunciare al patrimonio.

Allora che prospettiva hanno i richiami, che confinano con i sogni, dei sostenitori della decrescita sostenibile? O come la vogliamo chiamare. Il loro compito va a braccetto con l'hidalgo della Mancia. E – con buona pace dei sostenitori della democrazia – difficilmente un mondo occidentale grasso e lardoso acconsentirà spontaneamente a privarsi di qualche cosa. Perché in questi ultimi cinquant'anni abbiamo sostenuto più la tesi dei diritti che quella dei doveri. E, se vogliamo invertire la rotta, bisognerà probabilmente ricorrere ad una imposizione. Da qualsiasi parte arrivi. E finchè i politici per raccattare i voti assecondando i desideri, se non le ubbie, degli elettori, il compito appare impossibile. È uno dei tanti limiti del sistema democratico. Qualcuno ha parlato dell'assioma latino “homo homini lupus”. Che ben si coniuga con la cosiddetta civiltà occidentale. Che si è imposta con la violenza e la sopraffazione. Finendo, purtroppo, per diventare un modello vincente. E se due universi come Cina e India la imiteranno i futuri sviluppi sono imprevedibili.

I concetti che leggeremo in questo volume denso di spiritualità laica (che è la più sincera e onesta) non possono che essere condivisi. L'antispecismo di Adriano Fragano, lo spreco come sinonimo di progresso (Lucia Tamai), la necessità di abbandonare l'ideologia dello sviluppo (Paolo Cacciari), un nuovo paradigma di civiltà e la riscoperta della αρετή socratica (Paolo Scroccaro), il riappropriarci della sobrietà (Silvano Meneghel), la ecoalfabetizzazione (Gianni Tamino) sono alcuni dei concetti che non possiamo che accettare. Contro il consumismo si era schierato duemila anni fa anche San Paolo quando accusava quelle persone che avevano come dio il ventre. Precorse il concetto del capitalismo e la religione della crescita infinita. Vanno visti, quindi, come pericolosi nemici i sostenitori della cosiddetta “cultura d'impresa”. Che vorrebbe amalgare il concetto di cultura con il capitalismo. Ammesso che “cultura d'impresa” possa avere un significato.

Ma dove ci ha condotto questa “cultura”? A rifiutare, come hanno fatto gli Stati Uniti, il protocollo di Kyoto contro le emissioni in atmosfera per non danneggiare le imprese. Cioè gli utili O, più recentemente restando nella Marca, ad un ministro che per difendere la produzione vitivinicola si schiera contro la tolleranza zero nella somministrazione di bevande alcoliche ai minorenni. Due esempi lampanti di quanto un pugno di dollari riesca a sconfiggere ogni concetto morale.

Si potrebbe proseguire a lungo. Perché di argomenti più che validi e convincenti i nostri autori ne hanno sciorinato a bizzeffe. Ma contro un sistema insensibile. Hanno ragione quando invocano un cambiamento di stile di vita, un ritorno alla sobrietà, al riutilizzo non allo spreco, ad una cultura pluralista e non al “furore universalista” propugnato da Papa Ratzinger. Dobbiamo pensare che la vita non è soltanto mercificazione. Come vorrebbe il capitalismo che riduce tutto a danaro ammazzando ogni forma di vita spirituale. Dobbiamo smettere di togliere a chi non ha per dare a chi ha. Dobbiamo, infine, guardare all'Africa come al modello prossimo venturo. Dobbiamo ricuperare i valori della secolare civiltà contadina. Dove la vita era finalizzata all'uomo, agli animali, alle piante. Cioè alla natura nel suo insieme. E non soltanto all'uomo. O addirittura all'uomo sull'uomo. Perché il capitalismo finisce su questo binario.

La parola “sacrificio” è stata bandita dal nostro vocabolario. Quando eravamo giovani ci insegnavano (perché la Chiesa qualche cosa di buono lo ha pur fatto) l'esame di coscienza alla sera. Ci consigliavano un “fioretto” al giorno. Cioè ci inculcavano il senso del sacrificio. Che porta al risparmio, conduce alla comprensione del prossimo. Se vogliamo porta ad una visione un po' più evangelica (che non è clericale) della società. E in questo senso il capitalismo è quanto di meno cristiano (Weber non può indignarsi) ci sia. Almeno il capitalismo liberista che domina oggi.

Non so quanti leggeranno questi saggi. Che consiglio vivamente anche per la profondità culturale. So che dicono cose vere e per questo forse scomode. Con cui prima o dopo dovremo tutti fare i conti. Ed è meglio che li facciamo il più presto possibile. E non è una questione di cultura. È soltanto un atto di autoresponsabilizzazione. Soprattutto per il mondo che verrà dopo di noi. Non possiamo vivere soltanto per la nostra esistenza. Ma anche per gli altri. Uno degli aspetti di un umanesimo che non si può dimenticare. È vero che la storia non torna indietro. Ma può sempre ribellarsi.


Sante Rossetto

PRESENTAZIONE E BREVE SINTESI RAGIONATA DEI CONTENUTI 

 

La prima presentazione,con dibattito, è programmata per
DOMENICA 7 FEBBRAIO, ORE 17,30, presso la Sala-Conferenze della LIBRERIA LOVAT (CENTRO BIBLIOTECHE),via Newton 13,Castrette di Villorba (Treviso).
Saranno presenti tutti gli autori :Gianni Tamino, Paolo Cacciari,Adriano Fragano, Lucia Tamai,Paolo Scroccaro,Silvano Meneghel.

In un momento di grave crisi ecologica, socioeconomica e culturale, la Decrescita può diventare un'alternativa che merita di essere approfondita. E' perciò gradita la vostra presenza, per una domenica diversa dal solito. Se potete,fate circolare l'informazione,grazie.

DECRESCITA

IDEE PER UNA CIVILTA’ POST-SVILUPPISTA

 

di Gianni Tamino, Paolo Cacciari, Adriano Fragano, Lucia Tamai, Paolo Scroccaro, Silvano Meneghel

Con un’intervista a Fritjof Capra

Prefazione di Sante Rossetto

Con il contributo del Fondo “Decrescita è condivisione”

Sismondi Editore, dicembre 2009, Euro 10,00

 

Dopo i libri ormai noti di Serge Latouche, Maurizio Pallante, Paolo Cacciari, Mauro Bonaiuti e altri ancora, compare in Italia un altro saggio sulla Decrescita, l’ultimo in ordine di tempo. Si tratta di un testo che non si sovrappone ai precedenti, nel senso che non si limita a ribadire o a chiosare tesi ormai ben conosciute negli ambienti della Decrescita e dell’ecologismo: ben di più gli autori, oltre a confermare l’importanza di dette tesi, cercano di spingersi oltre, e di sviluppare ulteriori potenzialità racchiuse nell’idea della Decrescita.

Procediamo con ordine: innanzitutto si sottolinea che Decrescita evoca prioritariamente l’urgenza di una nuova direzione di civiltà, quale alternativa alla società della crescita illimitata: nonostante le riserve avanzate da alcuni critici, il termine, con la sua carica di sana provocazione, conserva una valenza assai positiva, anche perché evita le contaminazioni con lo “sviluppo sostenibile”, la cui ambiguità viene ormai denunciata da più parti (dato che in tale concezione la sostenibilità viene sostanzialmente neutralizzata e piegata alle esigenze dello “sviluppo”). In aggiunta, occorre considerare che la logica sviluppista, oltre a comportare innumerevoli effetti collaterali fortemente distruttivi (inquinamento, perdita di biodiversità, desertificazione…), risulta ormai inefficiente e controproduttiva, rispetto a certi sistemi produttivi tradizionali (questo a condizione di esaminare tutti i fattori relazionati ai processi produttivi, e non solo alcuni, come vorrebbero gli economisti di parte sviluppista, che ignorano volutamente le “esternalità negative”).

Molti sono i problemi sempre più inquietanti dovuti al credo nella crescita illimitata: quello dei rifiuti è sotto gli occhi di tutti, ed è solo l’ultimo anello di una catena, cioè di una mentalità socioeconomica distorta, che in nome dello spreco di molti e del business di pochi, preferisce imbonire con pseudosoluzioni tecnologiche avventurose e controproducenti (vedi inceneritori), invece di incentivare soluzioni ecologiche alla portata di tutti (riduzione dei rifiuti, riutilizzo, riciclaggio…).

Un altro problema, fino ad oggi poco trattato nell’ambito della Decrescita, riguarda il rapporto tra consumo di carne, ideologia sviluppista ed impatto ambientale: gli allevamenti e la dieta carnea vanno respinti sia per motivi etici (richiedono sconfinate sofferenze animali), sia per motivi socio-ambientali (implicano inquinamento, erosione e spreco di risorse, ingiustizie sociali, fame nel mondo…). In una prospettiva di Decrescita, il rifiuto della carne e degli allevamenti assicura una drastica riduzione dell’impronta ecologica, e fornisce un contributo indispensabile per un nuovo spazio di civiltà, incentrato sul superamento dell’antropocentrismo e su una visione post-sviluppista del mondo.

Per quanto concerne i lineamenti di una civiltà del doposviluppo, Serge Latouche ha aperto la strada, soprattutto negli ultimi scritti, là dove ha cercato di allargare l’orizzonte della Decrescita verso istanze innovative, che occorre valorizzare. Si tratta perciò di proseguirne l’opera, o di integrarla, per procurare alla Decrescita ed all’ecologismo in generale quel retroterra culturale di ampio e profondo respiro che fino ad oggi è risultato carente: solo così potrà sorgere un nuovo paradigma globale, capace di portare al tramonto quello sviluppista e con esso l’immaginario economicista che lo alimenta. In questo contesto, la Decrescita si arricchisce di nuove elaborazioni che riguardano: il veganismo, l’ecocentrismo e l’ecologia profonda (in quanto superamento dell’antropocentrismo, del personalismo e dell’ecologia superficiale); il pluralismo (in alternativa al pensiero unico e al “furore universalista”); il dialogo interculturale alla Panikkar (in alternativa al dogmatismo religioso ed all’esclusivismo); un modello scientifico attento alle interconnessioni (in grado di oltrepassare i limiti della scienza meccanicista, rivolta al dominio e al sezionamento della natura)… Inoltre, viene messo in evidenza che certe idee della Decrescita (senso della misura, sobrietà, non-linearità, rispetto dei cicli e dei ritmi della natura) lungi dall’essere idee bizzarre, hanno alle spalle un immenso patrimonio culturale, riscontrabile nelle saggezze ecologiche di molti popoli premoderni, ed anche nell’antica cosmologia occidentale, così come delineata nelle scuole platoniche ed in altre. Al cospetto di questo vasto scenario culturale, è piuttosto l’ideologia della crescita ad apparire come un’anomalia abbastanza recente, e si spera transitoria.

Nell’intervista a Fritjof Capra si trovano molti riferimenti a quanto sopra: in particolare per quanto riguarda il superamento del meccanicismo e l’affermarsi di una nuova scienza (che lui chiama “sistemica”), gli ecosistemi come modelli di sostenibilità, l’importanza della diversità biologica e culturale, ed infine l’ecoalfabetizzazione. Quest’ultima nozione risulta molto promettente, e quanto ad essa c’è un lavoro enorme da svolgere: fino ad oggi la Decrescita non si è impegnata su questo fronte così decisivo, e proprio per questo il libro si chiude con un invito ad intervenire organicamente anche nel settore educativo, considerando che questo è attualmente monopolizzato e sottomesso all’apparato sviluppista: basti riflettere sul fatto che le varie discipline scolastiche sono permeate di ideologia sviluppista in modo esplicito o surrettizio. Occorre perciò modificare l’impianto antiecologico delle varie discipline, e promuovere l’ecoalfabetizzazione su ampia scala, affinché la Decrescita non resti un messaggio di nicchia e possa ispirare un’effettiva democrazia ecologica e partecipativa.

Qualche notizia sugli autori

Gianni Tamino, laureato in Scienze Naturali a Padova, docente di Biologia Generale e di Bioetica all’Università di Padova, già membro della Camera dei Deputati, del Parlamento Europeo, nonché del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie, dal 1990 si occupa del rapporto tra ambiente e salute. Ha pubblicato numerosi articoli sia scientifici che divulgativi, e diverse opere, delle quali le ultime sono "Biotecnocrazia" (Jaka Book, 2007) e "Fast Science" (Jaka Book,2008).

Paolo Cacciari, giornalista, è stato varie volte assessore al Comune di Venezia, dando anche vita al progetto "Cambieresti?". Collabora con il settimanale "Carta" e ha scritto libri come "Decrescita o barbarie", (Carta 2008) e "Sulla continuità politica a partire dal fenomeno dei localismi nel Nord del Paese" (Punto Rosso, 2007).

Adriano Fragano, laureato a Padova in Scienze Naturali, insegnante di materie scientifiche e web designer, è attivista animalista, e impegnato nella divulgazione dell’antispecismo.

Cofondatore del giornale "veganzetta" e dell’associazione "Campagne per gli Animali", ha partecipato alla pubblicazione di varie opere, tra cui "L’animale ritrovato" (Terra Nuova edizioni, 2009).

Lucia Tamai si occupa del problema dei rifiuti dal 2005 a seguito della decisione da parte di Unindustria Treviso di realizzare due impianti per l’incenerimento per rifiuti speciali di dimensioni ingiustificate per le esigenze del territorio e per di più al di fuori di ogni programmazione provinciale o regionale. L’autrice ha collaborato con realtà locali e nazionali condividendo tematiche ambientali e della decrescita, approfondendo il tema dei rifiuti.

Paolo Scroccaro, docente di Storia, Filosofia e Pedagogia, specializzato in Filosofia delle Scienze e Ecologia Umana, esponente dell’Associazione Eco-Filosofica, si occupa di approfondire e divulgare una cultura della decrescita e della ecologia profonda, in connessione con le culture non occidentali e premoderne in genere. L’autore ha collaborato alla realizzazione di molti eventi culturali quali il Convegno sugli "Alfabeti ecologici" (2008) e ha tenuto corsi di formazione rivolti ai docenti, per una conoscenza e valorizzazione delle culture non occidentali e premoderne.

Silvano Meneghel: docente di matematica e scienze, dal 2005 è presidente dell’associazione per la Decrescita Sostenibile a Treviso. Negli anni ’80 ha creato il GEDIS, da cui è nata la Cooperativa di Solidarietà sociale "Alternativa", di cui è cofondatore, che dà lavoro a carcerati in semilibertà.

Oltre all’instancabile attività di volontariato, nel settore EDA (Educazione degli Adulti) ha istituito i due corsi "Ecologia e/o economia" e poi "Ecologia della mente", aperti a tutti. Ha fondato, con le associazioni I’care e Uomo-Mondo il progetto CONDIVIDERE , indirizzato agli immigrati che non possono rimanere in Italia, per aiutarli a tornare nelle terre d’origine.