Liber salutis [di Marco Gottardi] di Sismondi Editore

€ 7,00

Descrizione

PREFAZIONE

di Ottorino Stefani

Nell’Introduzione alla raccolta di poesie Incanti e cadute (Montedit, 2005), Marco Gottardi afferma che la sua visione del mondo, umano e creativo, e la sua concezione artistica nascono “da quel profondo dualismo inesorabile che genera sentimenti opposti”. Una dichiarazione di poetica nata nell’ambito della cultura postmoderna e che ritorna anche in questo Liber Salutis, opera che, a differenza delle tre precedenti raccolte, si configura come canzoniere e non come semplice silloge di poesie: canzoniere per le connessioni intertestuali, lessicali, sintagmatiche e stilistiche che ne arricchiscono la partitura formale; canzoniere per l'uniformità metrica che lo riguarda, con la scelta esclusiva dell'endecasillabo e del settenario liberamente alternati (i versi cardine della lirica italiana secondo una linea che dall'elezione teorica del De vulgari eloquentia passa per la canzone libera leopardiana e approda al primo Montale); canzoniere, infine, per quel suo tendere alla dimensione romanzesca, ossia per il disporsi dei componimenti in un continuum narrativo (suddiviso in quattro sezioni tematiche di 13, 7, 13 e 13 composizioni, per un totale di 46 pezzi, somma di numeri primi con 4+6=10, numero perfetto) il cui valore complessivo supera la somma delle singole parti. Seguendo, dunque, le regole della forma canzoniere, Marco Gottardi riesce a penetrare, con spirito quasi sempre libero da legami esterni con il passato, la molteplice vita dei fantasmi fluttuanti della vera poesia: una poesia sorta sulle ceneri del Postmoderno e giunta, libro dopo libro, a esiti di vivace originalità. Recentemente è stato affermato che il Postmoderno è stato superato dal ritorno al Realismo: la vicenda creativa di Gottardi, in un certo senso, ha vissuto l’esperienza del Postmoderno con uno spirito realista, attraverso esperienze esistenziali legate a pulsioni inconsce e a stimolanti sollecitazioni culturali. La sua straordinaria operazione poetica si rivolge a un puntiglioso recupero (e a una risemantizzazione) della grande stagione della lirica due-trecentesca (Guinizzelli, Cavalcanti, Dante, Petrarca), proiettata in una sfera di suggestioni montaliane ed echi dannunziani: poesia colta, poesia che si nutre di altra poesia, poesia che cita, emula, maschera, allude e reinventa. Si colga un esempio di questo modus operandi dalla prima lirica della seconda sezione:

Ricordo ancora i giorni

della nostra vicenda:

era l’estate, ma non quella fredda

dei morti, era la nostra

un’estate diversa

quasi una primavera;

ci sorprendeva all’ombra dei cipressi

un guizzo di lucertole nei fossi,

un grido di fanciulli tra le messi

scagliato come un sasso

tra la quiete di un lago.

Si tratta di una visione radicata nella storia e nella memoria di un poeta veneto che rivive il passato come un eterno presente, con un linguaggio che diventa, secondo una formula heideggeriana, dimora dell’essere nel mondo. Accanto alla donna amata, Gottardi rievoca un’estate (non quella pascoliana “dei morti”) investita di luci primaverili all’ombra dei cipressi (e qui è Foscolo) e animata dal guizzo delle lucertole (memoria montaliana) e dal grido dei fanciulli (ancora Pascoli). Sono versi che contengono in nuce la poetica di Gottardi, fatta di citazioni colte, postmoderne (e tutto il canzoniere, del resto, è attraversato da continui richiami alla poesia, ovidianamente intesa come scrittura che parla), ma anche di meditate evocazioni della musicale dolcezza del paesaggio veneto. Un paesaggio vissuto come stagione della vita umana, dove gli innamorati prima sentono ardere nel cuore “estuanti estati”, poi si immergono nel malinconico autunno, quando le frecce d’oro delle foglie cadenti uccidono l’estate.

Sospesa fra deserti antelucani

apparivi talvolta a noi caduti

col tuo volto più vero:

albe ridevi e verdi valli e rivi

negli occhi avevi, eterna candidezza

di sé soltanto essente

in sé sola e per sé

da sola sufficiente […]

La donna (creatura sempre in bilico fra natura umana e divina, fra realtà e simbolo) è la verde valle della giovinezza, il candore perduto nei sentieri interrotti della vita quotidiana, quando la nostalgia dei primi amori ritorna in quella sua solare bellezza superbamente descritta dal Dante delle prime Rime:

Deh, Violetta, che in ombra d’Amore

ne gli occhi miei sì subito apparisti,

aggi pietà del cor che tu feristi,

che spera in te e disiando more.

 

Tu, Violetta, in forma più che umana,

foco mettesti dentro in la mia mente

col tuo piacer ch’io vidi;

nel momento della rievocazione Gottardi assume i toni di una giovanile freschezza, figurando quell’“incantamento” amoroso sognato da Dante nel famoso sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io, dove nel magico “vasel” si passa il tempo a “ragionar sempre d’amore”.

L’immagine della fanciulla amata, pur nella trasfigurazione mitopoietica dell’immaginario lirico e narrativo (esplicitata anche nelle forme dell’operazione allegorica che la contempla, stilnovisticamente, come salute ovvero salvezza), torna anche nell’ultima parte del canzoniere. Si tratta di un congedo composto secondo una concentrata formulazione concettuale e stilistica, in perfetta sintonia con il contenuto esistenziale, estetico e musicale delle diverse parti dell’opera. Il poeta ricorda la donna con serena mestizia e con un tono velato di una melanconia di stampo aristotelico, evocante, cioè, una catarsi morale, ma interiorizzata nel “sublime matematico” teorizzato da Kant. Un sublime che ritroviamo spesso nei versi di Gottardi, un sublime che, lungi dall’inverarsi in sterile esercizio accademico o in virtuosismo stilistico, si adegua con limpida naturalezza alla materia e ai modi di un poetare le cui profonde radici risalgono a quanto enunciato da Dante nel XXIV canto del Purgatorio, esemplare definizione della poetica del dolce Stilnovo:

[…] I’ mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando.

Montebelluna, 15 aprile 2012

Tratto da "La Tribuna di Treviso" del 17 ottobre 2012

«Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari?». È la domanda che si poneva il sociologo e filosofo francese Michel Foucault. La risposta prova a darla lo Spazio Paraggi di Treviso (foto), che da mercoledì 17 ottobre ospita “Follemente” , la prima collettiva dei Folli con i quadri della creativa Cristina Tonon e del pittore Enrico Martini la cui arte grafico-surreale armonizza profili morbidi e suadenti. Ci saranno le street photo veneziane di Luca Rossetto, un mosaico di volti, espressioni e figure che ritrae il quotidiano affaccendarsi del consorzio umano,  le sculture di Mario Tavernaro, artista che manipola materia e colore per indagare, attraverso pochi ma elevatissimi dettagli iconografici, l’universo dei sentimenti. Si unisce a loro il vivanti Riccardo Marcon. Sabato 20 ottobre alle 17.30, ci sarà l’atto fondativo ufficiale del movimento dei Folli, con lettura pubblica e affissione del Manifesto  redatto da Marco Gottardi, 34enne giornalista e scrittore trevigiano, teorico e fondatore del movimento, che per l’occasione presenterà il suo quinto libro, il canzoniere poetico Liber Salutis, uscito a settembre con l’editore Sismondi di Salgareda. Allo Spazio Paraggi, fino al 23 ottobre, saranno esposti i quadri, le foto e le sculture degli artisti che hanno già firmato il Manifesto: Mario Tavernaro, Luca Rossetto, Enrico Martini, Cristina Tonon e Riccardo Marcon. "Dopo l’attenzione sollevata dal Manifesto per la cultura pubblicato sulle pagine del Sole 24 ore, un altro manifesto, ma nuove idee, nuovi volti, diversi traguardi - dice Marco Gottardi - Consci che l’estricarsi della vicenda culturale europea ha costantemente messo in luce correnti, scuole e movimenti, noi intendiamo fare gruppo, superare le contingenze di un individualismo che sfocia spesso nell’isolamento, abbattere con l’arte e la parola le barriere dell’egoismo, per costruire insieme qualcosa di intangibile ma di grande, per vincere la sfida del tempo e sottomettere un’era incapace di ricreare classici imperituri: noi vogliamo affratellarci per fare la storia, per divenire un tassello importante della grande tradizione culturale italiana".